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2026. ottobre
La teoria del complesso edipico elaborata da Sigmund Freud offre un punto di partenza per osservare come le relazioni familiari siano state interpretate attraverso ruoli distinti e complementari. Nella formulazione classica, il bambino mantiene la madre come oggetto d'amore e vive il padre anche come rivale. Per la bambina, Freud ipotizza un percorso diverso, legato al passaggio dal legame con la madre a quello con il padre. Le differenze anatomiche e il complesso di castrazione occupano un posto centrale nella sua spiegazione. Ma una teoria non si limita a descrivere ciò che osserva: contribuisce anche a stabilire che cosa diventa riconoscibile. Se la relazione viene letta attraverso una distribuzione già definita delle parti, rischiamo di scambiare quella distribuzione per la relazione stessa.
Nella nostra cultura, questa distribuzione ha spesso assunto una forma precisa: alla madre la cura, la vicinanza e il legame affettivo; al padre la legge, il limite e la separazione. Il femminile e il maschile diventano così categorie attraverso cui attribuire funzioni, aspettative e significati. Ma quanto di questa distinzione appartiene alle relazioni e quanto alla forma mentis attraverso cui abbiamo imparato a leggerle? Quando una funzione viene associata a un genere, ciò che non corrisponde all'associazione rischia di apparire come una mancanza, anziché come una possibilità che la nostra struttura di pensiero non aveva previsto.
È qui che la questione riguarda anche le coppie dello stesso sesso, le famiglie monoparentali e le altre configurazioni familiari che non riproducono la struttura tradizionale. Non si tratta di sostenere che tutte le famiglie siano identiche o che le differenze non abbiano importanza. Si tratta di interrogare i criteri con cui riconosciamo una famiglia e valutiamo le sue possibilità. Se partiamo da un modello già definito, possiamo finire per cercare ciò che manca rispetto a quel modello, invece di osservare ciò che esiste, il modo in cui le relazioni si organizzano e le funzioni che vengono effettivamente assunte.
Occorre allora distinguere la relazione di coppia dalla funzione genitoriale. Le due dimensioni possono incontrarsi, sostenersi o entrare in tensione, ma non coincidono. La relazione tra partner riguarda una forma di legame; la relazione genitoriale introduce una responsabilità che non può essere ridotta al legame affettivo tra adulti. Essere genitori significa assumere una posizione di responsabilità nei confronti di chi dipende, almeno in parte, dalle proprie decisioni e dalla propria presenza. Questa responsabilità comporta una verticalità: non una superiorità della persona, ma un'asimmetria di posizione e di responsabilità. Il figlio non è tenuto a restituire affetto o gratitudine in cambio di ciò che riceve. La responsabilità genitoriale non è un credito da riscuotere e l'affetto non può diventare il prezzo di una prestazione.
Anche il riconoscimento, nel senso esplorato da Jessica Benjamin, permette di interrogare il modo in cui ci poniamo in relazione con l'altro. Riconoscere non significa confermare ciò che già conosciamo, né ridurre l'altro a una posizione che ci è familiare. Significa incontrare una soggettività che non coincide con la nostra e che non possiamo esaurire attraverso le categorie di cui disponiamo. Questo vale anche nelle relazioni genitoriali: l'altro non è soltanto qualcuno a cui attribuire una funzione, ma una presenza che può mettere in discussione il modo in cui quella funzione è stata pensata e vissuta.
Le categorie interiorizzate non rimangono fuori dalle relazioni, come idee astratte. Entrano nel nostro modo di guardare, ascoltare, interpretare e attribuire significati. Orientano ciò che consideriamo normale, ciò che ci appare possibile e ciò che, invece, fatichiamo a riconoscere. Una struttura familiare può così diventare, senza che ce ne accorgiamo, anche una struttura del pensiero. E quando ciò che incontriamo non corrisponde alle nostre aspettative, possiamo essere portati a leggere la differenza come insufficienza. Ma qual è la regola che conferma la regola? E che cosa accade quando la realtà non conferma ciò che abbiamo imparato ad aspettarci?
La questione si allarga allora al sapere stesso. La scienza non è un sapere che sa. È un tentativo di conoscere, comprendere e codificare ciò che osserviamo. Ma ciò che osserviamo non arriva mai a noi in modo del tutto neutro. Anche il nostro sguardo è orientato da categorie che abbiamo ricevuto e interiorizzato, da ciò che abbiamo imparato a riconoscere e da ciò che, invece, non siamo ancora in grado di ascoltare. In questo senso, la partitura non interviene soltanto nell'interpretazione della realtà: partecipa anche alla costruzione del sapere con cui cerchiamo di comprenderla.
La ricerca dell'inconscio ha aperto una possibilità di avvicinarsi a ciò che non è direttamente espresso. Ma quando abbiamo cominciato a ricondurre il non espresso alle categorie dell'espresso? Quando abbiamo iniziato a classificare ciò che non conosciamo a partire da ciò che siamo già in grado di nominare? La domanda non riguarda soltanto ciò che sappiamo o non sappiamo. Riguarda il modo in cui il nostro sapere si costruisce e il rischio che ciò che non trova posto nelle categorie disponibili venga tradotto in qualcosa che quelle categorie possano contenere.
Esiste il detto, il non-detto e il dire. Il detto è ciò che prende forma e viene espresso. Il non-detto è ciò che rimane fuori dalle parole, che non trova ancora una forma o che non può essere immediatamente riconosciuto. Il dire è il movimento attraverso cui qualcosa può emergere, trasformarsi e diventare dicibile. Non è una semplice distinzione tra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo: riguarda anche il processo attraverso cui qualcosa diventa pensabile e può essere espresso.
Questo ci porta a un'altra domanda: chi sta parlando dentro di noi quando osserviamo, interpretiamo e attribuiamo un significato? Quale voce, quale parte, quale insieme di aspettative sta orientando il nostro sguardo? Possiamo considerarci anche come una comunità nel nostro mondo interiore, attraversata da voci diverse, non sempre concordi, alcune espresse e altre ancora senza parola? Forse riconoscere questa pluralità significa anche accorgersi che non tutto ciò che pensiamo ci appartiene nello stesso modo: alcune idee le abbiamo ricevute, altre le abbiamo fatte nostre, altre ancora continuano ad agire senza essere state interrogate.
Le discipline psicologiche, psicoterapeutiche e psichiatriche cercano di comprendere il mondo interno a partire da ciò che può essere osservato, ascoltato e interpretato nel mondo esterno. Ma fino a che punto ciò che si manifesta permette di comprendere ciò che non si manifesta? E quanto di ciò che crediamo di riconoscere nell'altro appartiene anche alla nostra forma mentis, alle categorie interiorizzate, alle voci che parlano dentro di noi? Non si tratta di negare la possibilità della conoscenza, ma di interrogare le condizioni attraverso cui conosciamo e i confini che, a volte, trasformiamo in certezze.
Abitare le relazioni genitoriali significa anche riuscire a mantenere aperto lo sguardo dalla posizione del figlio. In fondo, prima di essere genitori, siamo stati tutti figli. È una posizione che, in un senso fondamentale, ci accomuna, pur nelle differenze delle nostre storie. Eppure, proprio perché abbiamo abitato quella posizione, possiamo rischiare di portare nella relazione con un bambino non soltanto ciò che abbiamo compreso della nostra esperienza, ma anche ciò che è rimasto senza parola, ciò che ci aspettavamo e ciò che abbiamo imparato a considerare normale.
Se non riconosciamo le categorie che orientano il nostro sguardo, come possiamo distinguere il bambino che abbiamo davanti da quello che continuiamo a portare dentro di noi? Come possiamo accorgerci se stiamo incontrando l'altro nella sua presenza, oppure se stiamo rispondendo a una rappresentazione che appartiene alla nostra storia? Forse abitare le relazioni genitoriali significa anche sostare in questa domanda: riconoscere che il nostro modo di essere genitori non nasce soltanto dalla relazione presente, ma anche dalle categorie interiorizzate attraverso cui abbiamo imparato a essere figli, a immaginare i genitori e a dare forma alle relazioni. Riconoscere queste categorie non significa liberarsene una volta per tutte, ma poterle interrogare, lasciando che il bambino che abbiamo davanti non debba coincidere con quello che portiamo dentro di noi.
MIMI SHEHU